Un eroe del nostro tempo
Osservando Guglielmo, non lo si sarebbe detto il quarantenne sposato che era.
La sua scrivania era la più disordinata dell’azienda, e il disordine di Guglielmo non era solo nelle cose che usava, ma anche in quelle che faceva e, innanzitutto, nella sua testa. Guglielmo era inaffidabile, nutriva buoni desideri di spiccare o di intraprendere attività di impegno e utilità comune, ma non li sosteneva con un’applicazione costante, e ciò che faceva era sempre fatto a metà e in ritardo, generando insoddisfazione generale, irritando il suo diretto superiore Fausto e gli altri dirigenti, e accumulando in lui stesso frustrazioni profonde. Stupefacentemente, non faceva alcuno sforzo per migliorarsi, ma spendeva non poche energie nel giustificare i suoi insuccessi, ancor più irritanti perché parziali e certo non dovuti ad incapacità intellettuale.
Insomma, Guglielmo era rimasto bloccato nel punto più basso del vortice dell’adolescenza. Non era certo una coincidenza il fatto che il padre fosse una figura evanescente, uno di quei padri che sbrigano tranquilli le loro cose ed anche quelle dei figli senza coinvolgerli, mentre la madre era una figura ferrea e dominante.
Ciò che colpiva Filemone, in questa situazione sempre più pesante e imbarazzante nell’azienda, era l’atteggiamento di Guglielmo e dei colleghi.
Questi ultimi, con l’eccezione di un paio che si ritenevano in dovere di lenire le frustrazioni di Guglielmo consolandolo e dicendogli che non era colpa sua ma della incomprensione dei superiori, erano piuttosto insofferenti del suo modo di lavorare, ma non manifestavano mai il proprio malcontento a lui, ma solo a Fausto e agli altri responsabili.
Dal canto suo, Guglielmo si sentiva in diritto di giudicare l’operato di colleghi e superiori, questionandolo sistematicamente per poi concludere sempre che l’oggetto delle sue critiche era “stronzo” e questo spiegava tutto.
Possibile, si chiedeva Filemone, che nessuno dei colleghi si rendesse conto del danno che faceva all’azienda e a Guglielmo lasciando sempre ai capi l’onere di riprenderlo e consentendogli di coltivare il suo vittimismo assolutorio? Possibile che nessuno di loro si rendesse conto di quanto fosse poco schietto e leale il loro comportamento nei riguardi del collega? E d’altra parte, possibile che Guglielmo non si rendesse conto che se vedeva “stronzi” ovunque, forse il motivo è che il vero “stronzo” era lui?
Filemone non era certo un grande simpatizzante del buddismo, con le sue ambiguità troppo facili da fraintendere per un occidentale, ma di fronte a questa situazione, e di fronte al malvezzo diffusissimo nel Paese di criticare tutto e tutti senza cercare di comprenderne le situazioni, non poteva non ripensare alle parole di Yamamoto Tsunetomo: «Percepire una profonda differenza tra se stessi e gli altri, detestarli e inclinare alla discordia: sono azioni che indicano una mancanza di compassione. Se si avviluppano tutte le cose con la compassione, invece, non si sarà mai in attrito con gli altri.»
Mi piacciono queste parole di Yamamoto Tsunetomo! Vedrò di passarle a qualcuno che tende a “inclinare alla discordia” . . .
Ciao, Fior